Il potere di un sorriso… logora… chi non lo fa!

Il potere di un sorriso… logora… chi non lo fa!
E il motociclista lo sa.

La vita ce la giochiamo così: sempre in lotta con il mondo intero.

Sempre presi a risolvere questioni che ci rovinano anche quelle belle giornate di cielo terso e di buoni propositi. Quando usciamo di casa col sorriso stampato sulla faccia. Perché quel giorno lì abbiamo deciso di volerci bene. E di volere bene anche al prossimo.

E invece c’è sempre uno di “quel prossimo” che non la pensa così. Che si è svegliato con la luna storta e la ferma intenzione di far uscire di testa il primo che gli capita a tiro. Soprattutto se è schifosamente di buonumore.

Succede a chiunque, in qualunque situazione. E se poi a mettersi in gioco sono le categorie, se è il branco di appartenenza, allora la questione si fa tosta. E le categorie sono le più disparate. Si parte da uomini contro donne, si passa attraverso la squadra del cuore e… si finisce coi motori.

Motociclisti che si preoccupano degli automobilisti, automobilisti che non si danno pace contro i camionisti, camionisti che se la prendono coi mezzi pubblici perché perdono tempo prezioso. Mai visto un automobilista che, con un cenno del capo, fa le luci a un motociclista. Semmai, il cenno è… della mano. E senza dubbio non per salutare.

Se invece sei a spasso su due ruote e ti imbatti in uno sconosciuto in sella, l’abbagliata ci scappa. Ed è un’abbagliata di intesa. Tipo “Ciao compare!”. Lo stesso vale per chi tutti i giorni macina chilometri seduto un metro più su a governare un mezzo dalle proporzioni mastodontiche. Ma in questo caso i segnali sono anche diversi. I camionisti si parlano, si proteggono, si controllano. Proprio come accade in un vero branco, ci si riconosce tra simili.

E invece, a pensarci bene, tra gli automobilisti, gli abbaglianti si usano a mo’ di gelido segnale. Se non addirittura come monito. Tipo “Faccia da individuo poco sveglio, ti vuoi dare una mossa?”

E tra auto a camion? Peggio che andar di notte! Qui siamo sul piano del genere “Stupidino che non sei altro. Ma non hai visto che ti sto sorpassando? Che caspiterina esci dalla tua corsia in quel modo? Solo perché sei grosso ti credi in diritto di fare il prepotente?”

Qui il quadro sembra nitido: a uscirne a pezzi, in fatto di appartenenza al gruppo, pare proprio siano gli automobilisti, che una volta al volante si trasformano come tanti dottor Jekyll e Mister Hyde, come un lupo mannaro in una notte di luna piena. Con la faccia ingrugnita da attaccabrighe in movimento. E se li vedi ridere mentre guidano è solo perché parlano al telefono con l’amore di turno o si sollazzano con l’amico del cuore per la vittoria della loro squadra di calcio.

Ma una volta chiusa la comunicazione tornano ai loro musi duri, a sostenere un confronto improbabile proprio con chi c’ha gli stessi, identici, ineluttabili problemi. O quantomeno c’ha i suoi. Non varrebbe la pena di cominciare a salutarsi anche tra automobilisti come si usa tra i compari con più o meno ruote? Io ci ho provato. E’ divertente.

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